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Il Corriere delle Cinque Stelle

Due per mille o mille per due ?


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da un argomento TOP del canale Telegram "parola agli attivisti".

Questo articolo rappresenta la posizione personale di un attivista che prende spunto da un argomento interessante dibattuto. Ed è disposto ad integrare il tutto.

 
Questione.
I partiti politici hanno diritto a chiedere ai cittadini un contributo con o senza la inter-mediazione dello Stato?

Sicuramente SI, in quanto per poter sostenere la propria organizzazione, gli iscritti, un giornale on-line, eventi e bandiere servono dei fondi ed è importante che ogni voce politica possa esprimersi.

Se ogni partito ha diritto ad avere dei fondi per rappresentare la pluralità democratica italiana, quale deve essere il meccanismo corretto di finanziamento?

Facciamo delle ipotesi della massaia di Voghera (che non ha fatto Economia e Commercio ma ci azzecca semrpe)

1)    Solo con le quote associative degli iscritti e con le donazioni di enti interessati con un massimale. Il tutto registrato e trasparente. Così da scoraggiare attività di sponsorizzazioni di Lobby, Associazioni di Parte, etc..
2)    Sia con il punto 1) aggiungendo anche una modalità indiretta attraverso l’indicazione del 2/1000 all’interno della dichiarazione dei redditi o indicazioni simili sempre attivate come quota delle proprie “tasse” che comunque il cittadino avrebbe lasciato allo Stato in termini di re-distribuzione. Più in generale, voci associate a quote da legare alla dichiarazioni di redditi
3)    Attraverso un calcolo basato su : una quota fissa necessaria a garantire delle infrastrutture minime (una sede, una segreteria, un ufficio stampa) e poi una componente variabile in base agli iscritti certificati ed attivi per sostenere i costi varabili proporzionali alle tessere (registro, segreteria, tessere, votazioni on line, etc..).
4)    Un mix delle voci 3) e l’attivazione contemporanea della voce 1) oppure della voce 2)
5)  un fondo prestito di avviamento dove lo Stato, in base alla dimensione del partito politico, anticipa un importo che il partito dovrà rimborsare entro un periodo definito. In questo modo ogni realtà start-up avrà la possibilità di attivare il proprio processo di creazione anche senza fondi in modo tale da poter avere un minimo di autonomia finanziaria. Non essendo una "donazione dello stato" sarà necessario garantire il rientro dei fondi. In questo modo evitiamo di discutere di "finanziamento ai partiti" ( si tratta di un prestito) e si permette anche la possibilità di partecipare attivamente.

Con questa parte si da spazio a tutte le varianti del caso e si potrebbe mettere al voto il metodo migliore

Oltre alle possibili successive sfumature a piacere un ulterore punto è :
a)    il finanziamento debba essere elargito su base forfettaria (e poi uno ci fa quel che vuole)
b)    oppure su base del consuntivo delle reali spese sostenute (mi dici cosa fai e ti rimborso)

Questa distinzione è necessaria per evitare che i fondi siano in realtà utilizzati come investimenti speculativi e non in realtà per generare nei confronti degli iscritti un valore aggiunto come giusto debba essere. (si pensi ai vari illeciti compiuti dai tesorieri di diversi partiti che hanno utilizzato i fondi per scopi non etici).
In sostanza un iscritto ha diritto a votare idee e proposte del proprio partito, ha diritto a seguire presso una sede fisica una assemblea per la scelta di candidati, etc..

E qui si aprono i pro e i contro

Ogni soluzione 1) 2) 3) o 4) 5) e successive ha dei pro e dei contro.

Prendendo in considerazione ad esempio un partito “nascente” come PA oppure un partito storico consolidato come il PD, Lega o FI cosa cambierebbe optando per la scelta 1 o 4?
Entrambi hanno il diritto di manifestare le proprie idee e di fare propaganda con la differenza che:

Utilizzando il metodo 1) solo i partiti con molti iscritti hanno la possibilità di garantire dei servizi ai propri attivisti.
I partiti molto piccoli, avendo comunque delle spese minime incomprimibili, potrebbero non avere risorse sufficienti per fare la loro “start-up” e resterebbero esclusi.
E’ anche vero che un partito deve nascere con un minimo di attivisti altrimenti rischieremmo di sovvenzionare tantissimi micro-partiti o micro-associazioni di pochi iscritti. Il che sarebbe anti-economico e non efficace per la rappresentatività nella politica italiana.

L’opzione del metodo 2) potrebbe servire al generico Cittadino a dare un ulteriore aiuto non necessariamente al proprio partito ma anche ad una qualsiasi iniziativa che considera utile alla vita democratica del paese.
Posso benissimo votare Lega, essere iscritto al PD ma valutare che Partecipazione attiva sia una iniziativa lodevole e quindi dare a loro il mio 2/1000.
Inoltre, per chi non simpatizza o vuole iscriversi o dare una donazione esplicita ad un partito il 2/1000 è una soluzione comoda e poco invasiva che permetterebbe a molti cittadini di dare un “segnale” di interesse verso la politica e non necessariamente verso altre realtà (Stato, Enti Religiosi, etc..)
Questa voce però può essere considerata un finanziamento pubblico ai partiti pilotato da una scelta personale del cittadino e quindi non propriamente corretto sulla attuale interpretazione della Legge in vigore.
Viceversa potrebbe dare una mano ad aiutare le piccole realtà.

La voce 3) rappresenta sicuramente la soluzione che tutela le “minoranze” e permetterebbe a qualsiasi associazione politica di definire una “start-up” e ricevere una quota minima di fondi per sostenere la propria idea.
Tuttavia con tale soluzione, che potrebbe incentivare la proliferazione di infinite associazioni con infinite variazioni sul tema, sarà necessario stabilire una quota minima di ingresso (numero di iscritti) e una certificazione effettiva di tali iscritti (quote erogate dagli iscritti) per ottenere un successivo rimborso. Tale opzione ovviamente non escluderebbe l’applicazione sovrapposta della soluzione 1) o 2).
In questo caso, proposte come Partecipazione Attiva potrebbero agevolmente nascere senza dover pesare sugli iscritti soprattutto se la loro base rappresenta una fascia di cittadini meno abbienti e quindi meno disponibili a donare una quota associativa.

La voce 4) e tutti i possibili Mix potrebbe rappresentare una soluzione ragionevole che accontenti sia gli aspetti minimi di rappresentatività di una formazione politica e anche gli attuali vincoli di legge che impongono il non finanziamento pubblico ai partiti.

La voce 5) è una proposta derivata sempre dal canale PA e quindi potrebbe essere un buon compromesso tra partecipazione dello stato (prestito) e possibilità di attivare una proposta senza avere fondi in anticipo.

Quindi si tratta di scegliere la soluzione più corretta in una matrice dove abbiamo in una dimensione le opzioni 1-2-3-4-5 e nella altra la dimensione di finanziamento preventivo o consuntivo

Ma che se ne fa una Formazione Politica dei soldi ?
Tornando alle considerazioni iniziali prima di chiedere soldi sicuramente una Associazione dovrà farsi una idea delle proprie iniziative e quindi del bilancio da costruire.
Non conoscendo il bilancio provo a fare l'elenco della "serva" che funziona sempre
-    la distribuzione geografica e la necessità di sedi legali fisiche (affitto e spese generali)
-    le spese minime di segreteria per poter gestire gli iscritti, le tessere, gli aspetti del GDPR con i relativi vincoli di legge
-    le spese di comunicazione (avere un sito ufficiale, un blog, un canale telegram, FB, telefoni per poter comunicare, etc..)
-    le spese legali in quanto attivisti, portavoce o altro potrebbero dover sostenere contenziosi con altri esponenti politici
-    le spese per organizzare eventi socio-politici e culturali a beneficio di tutti i cittadini
-    il rimborso spese per gli attivisti impegnati nella propaganda territoriale (Gazebo, volantini, spese viaggio, etc..)
-    l’utilizzo di strumenti per le votazioni (Parlamentarie, primarie, consultazione on-line, etc..)

Alcune spese sono fisse ed incomprimibili e dovrebbero essere garantite ad ogni formazione politica con almeno, ad esempio es 10.000 iscritti ?

Se però si entra in un caso di vita reale cosa succede?
Se si considera il caso del Movimento 5 Stelle, gli iscritti non hanno mai dovuto esportare costi di iscrizione in quanto coperti dalle quote dei portavoce eletti mentre per altri partiti tradizionali le quote come socio sostenitore sono pari circa a 10-20 Euro/anno. Quindi la formzione si è costituita con fondi personali probabilmente dei fondatori in qualche modo poi rientrati con gli stipendi degli Onorevoli.
Il caso però si è rivelato fallimentare proprio sulla base della esperienza del Movimento 5 stelle.
Il M5S non chiese quote ai propri iscritti ne chiese il “lecito” previsto per legge in base ad una propria regola interna.
Le risorse dovevano basarsi solo sulle restituzioni dei propri portavoce con un “contratto non vincolante”.
Tale contratto era in realtà solo un impegno etico e morale legato alla buona fede ed onestà dei singoli portavoce.
Il mancato vincolo “contrattuale” tra portavoce dovuto a scelte personali, a espulsioni più o meno corrette ha creato una crisi proprio della piattaforma Rousseau.
Tale crisi si è scoperta quando la quota di 300 Euro/mese necessaria e vitale per Rousseau in realtà fu gradualmente ridotta fino ad essere, ad inizio 2021, erogata solo dal 40% del Parlamentari.
Paradossalmente, proprio le persone che avevano avuto l’onore e il privilegio di essere stati scelti come Portavoce Onorevoli con tale piattaforma sono stati gli stessi che ne hanno decretato la prematura scomparsa.

Il dibattito sulle opzioni 1-2-3-4-5 o tante altre è aperto.
Leggerò i feedback sul canale e sul blog per aggiornare questo piccolo articolo a beneficio di tutti.




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